Prima di tutto una breve nota di servizio: questa recensione sarà di parte. Lo dico con convinzione e senza vergogna, perché sono certa che chiunque abbia avuto la possibilità di assistere al concerto e incontrare i ragazzi della band non potrebbe fare altrimenti.

Sono arrivata davanti all’Alcatraz verso le due del pomeriggio e ho trovato già quattro persone accampate fuori dalle porte. Conoscevo una di loro dallo scorso concerto ai Magazzini Generali e sono stata felice di rivederla. Una capatina al McDonald’s per il pranzo e poco dopo il mio ritorno Aaron è uscito come se fosse la cosa più naturale del mondo a fare foto, autografi e a parlare un po’ con la gente. L’ho visto arrivare e l’ho salutato con la mano. Lui mi ha riconosciuto, esordendo con una frase tipo “Hi Milla, how are you doing sweetheart?” - ogni volta che si ricorda il mio nome è un shock come la prima volta - e mi ha abbracciato. Credo che non farò mai l’abitudine al suo modo così disponibile di trattare con i fans. Gli ho parlato del progetto di questo sito e lui ne è sembrato entusiasta, allora ho colto l’occasione per chiedergli un favore. L’idea era di fargli firmare uno dei volantini che abbiamo distribuito al concerto in modo da poter organizzare prossimamente un concorso con in palio il suo autografo, ma lui ha deciso che era meglio firmarne più di uno in modo che più persone avessero l’opportunità di vincere.
Poco dopo è arrivato il tecnico del suono per chiedergli quale chitarra voleva fosse preparata per il soundcheck. Ha risposto Goldie. A quel punto gli ho chiesto delle sue chitarre: sono tutte vintage e avessi avuto un foglietto mi ha elencato i nomi che ha dato a ciascuna di loro. Ricordo solo Mr. Back e Mr. White e Goldie. Poi abbiamo parlato un attimo del loro itinerario di questo tour, tutto un saliscendi da un lato all’altro dell’Europa per seguire le date dei diversi festival estivi, con viaggi in autobus fino a 18 ore. Era comunque contento di riuscire a passare quattro giorni di relax ad Amsterdam, che è un po’ il suo secondo paradiso dopo casa. Ha detto che se fossimo capitati là avremmo potuto facilmente trovarlo in un Coffee Shop, dunque prendete nota!
Si è anche fermato un attimo a chiacchierare con le due ragazze sedute in prima fila davanti alle porte scoprendo, tra lo stupore generale, che non erano lì per gli Staind ma per un gruppo che avrebbe suonato tre giorni dopo, i Dir en grey. Aaron è rimasto colpito dalla dedizione che dimostravano e ha offerto loro di entrare al concerto come sue ospiti, per distrarsi un attimo e vedere se avrebbero apprezzato la loro musica. La fama non fa necessariamente montare la testa e gli Staind ne sono l’esempio lampante.

L’unica nota dolente della giornata? Le magliette fasulle fuori dal locale. Si tratta di un fenomeno tutto italiano a cui nei miei numerosi concerti all’estero non ho mai assistito ed evidentemente anche Aaron non aveva idea che potesse accadere. Ha urlato ai proprietari dei banchetti di trovarsi un lavoro vero e di non cercare di fare soldi alle spalle del suo. Come dargli torto? Siamo abituati a pensare che sia normale, tanto spesso ci imbattiamo i quelle bancarelle fuori dai concerti, ma in effetti si tratta di un’attività illegale che provoca un calo considerevole nelle vendite ufficiali.
Devo dire, tra l’altro, che allo stand del merchandising i prezzi erano piuttosto onesti - dai 15 ai 30 euro tra t-shirts e longsleeves - e non erano poi tanto diversi dai 15 che chiedevano per una maglietta finta fuori (mi sono informata solo per dovere di cronaca, giuro!).

Avere la possibilità di assistere al soundcheck è stato un sogno a occhi aperti, ho potuto avere un assaggio del grande feeling tra i ragazzi sul palco e sentire dei pezzi che non hanno suonato in via ufficiale la sera. Hanno iniziato con Paper Jesus (Chapter V), pezzo già rodato e proposto con successo al Download Festival dello scorso week-end. Canzone perfetta per scaldare la voce di Aaron, anche se forse non ne avrebbe avuto bisogno visti i toni della discussione con gli abusivi delle bancarelle (n.d.r.). King of All Excuses (Chapter V) è stato il secondo brano provato nel pomeriggio: esecuzione impeccabile, suono pieno e strumenti ben amalgamati che mi lasciano più di una perplessità sulle motivazioni dell’esclusione della canzone dalla setlist definitiva in favore della consueta Pressure. La vera chicca della giornata è stata però This is it, ultimo estratto da The Illusion of Progress e attualmente in rotazione su radio e tv musicali. Ad oggi il pezzo non è mai stato suonato in concerto. La ragione sta probabilmente nella difficoltà di regolazione del riverbero sulla chitarra solista, ma visto l’avanzato stato dei lavori sembra probabile che con qualche rifinitura sarà presto proposta in sede live.

Al soundcheck è subito seguito il meet&greet, che si è svolto secondo la classica modalità: distribuzione “foto promozionali”, autografi, fotografie. Poco il tempo per parlare, del tutto compensato dalla disponibilità della band a fermarsi per quattro chiacchiere dopo il concerto.

Dopo essere tornata in coda il mio pomeriggio può essere tranquillamente paragonato a una puntata di “Carramba che Sorpresa” (in senso buono ovviamente), con l’incontro di vecchie e nuove conoscenze e la distribuzione dei volantini per il sito. Chiedo perdono se con qualcuno sono stata troppo invadente o se ho cercato di darli più volte alle stesse persone, se mi conosceste capireste che sono una persona mooolto sbadata, ma faccio del mio meglio!

Alle sette, con una puntualità che mi ha stupito le porte sono state aperte. Sono corsa a guadagnarmi la prima fila e mi sono posizionata proprio davanti al microfono. L’attesa è durata fino poco dopo le otto, quando sono saliti sul palco i romani Belladonna. Devo ammettere che sono rimasta piacevolmente colpita dalla loro performance dal punto di vista musicale, anche se a mio avviso avrebbero bisogno di esercitarsi maggiormente sulla presenza scenica, che a tratti diventava poco credibile. Hanno snocciolato una setlist di otto pezzi riuscendo a coinvolgere il pubblico più di quanto una band di supporto sia in genere in grado di fare. A questo proposito credo che non abbia influito tanto il campanilismo quanto il talento del gruppo.
Il tempo di preparare il palco e le note dell’ormai consueta introduzione hanno risuonato nel locale, preannunciando l’arrivo degli Staind (da questo momento in poi cercherò di fare una recensione il più “professionale” possibile, senza lasciarmi trasportare troppo dall’emozione n.d.r.).

L’attesa durata tre anni si è dissolta nel liberatorio urlo sull’attacco di Raw (Dysfunction) che ha colpito il pubblico come un pugno dritto nel petto. La voce del cantante sembrava ancora piuttosto fredda, ma l’assenza della seconda chitarra ha consentito una performance scenica d’eccellenza e ha infuso negli spettatori una grande carica di energia. La successiva Falling (Chapter V) è una di quelle canzoni che mostrano la loro vera identità solo in sede live. Potente, compatta e aggressiva è stata una conferma per chi aveva già avuto il piacere di ascoltarla dal vivo e una gradita sorpresa per tutti gli altri. E’ poi stato il turno di Fade che si proponeva di rallentare il ritmo, senza però smorzare il trasporto dei fan, che infatti hanno accolto questo primo brano dal multi-platino Break the Cycle con l’entusiasmo delle grandi occasioni. Paper Jesus è una canzone piuttosto particolare, ricomparsa solo di recente nelle scalette dopo essere stata una presenza fissa durante il tour di Chapter V. Si tratta di uno dei pezzi provati nel soundcheck pomeridiano e bisogna dare atto alla band di saper fare il suo lavoro: esecuzione impeccabile e quel pizzico di grinta in più che solo un pubblico passionale come quello dell’Alcatraz sa tirare fuori.
So Far Away (14 Shades of Gray) è una canzone da amare o da odiare, non permette mezze misure. La risposta dei fans di Milano è stata talmente positiva da non lasciare dubbi sul fatto che oramai questo sia diventato uno dei classici più apprezzati della loro intera carriera, almeno in Italia. Il coro del pubblico, che conosceva a memoria ogni singola parola, è stato così intenso da far smettere lo stesso Aaron di cantare, per godere appieno dei quel momento tanto speciale.
Risolti i problemi di Jon alla batteria, The Way I am (The Illusion of Progress) si è inserita senza scossoni tra due dei singoli più famosi del gruppo. Orecchiabile e sincera non riesce comunque a trasmettere l’intensità di Rainy Day Parade (The Illusion of Progress), che la sostituiva in scaletta all’inizio del tour europeo di Gennaio. E’ seguita Right Here (Chapter V) con la sua introduzione di chitarra acustica. Buona parte della canzone è stata scandita dai battiti di mano dei fans, incitati dal cantante a partecipare attivamente tenendo il ritmo assieme a Jon e Jhonny. Posso dire che dopo le numerose performance dal vivo che ho avuto modo di vedere non immaginavo che avrebbero avuto un atteggiamento così interattivo nei confronti del pubblico.
Pardon Me è forse uno dei pezzi migliori in assoluto dell’album The Illusion of Progress e dal vivo ha conservato il suo mood oscuro e le tonalità profonde e penetranti. L’assolo di Mike è spiccato tra le note avvolgenti della canzone, regalando un brivido di piacere al pubblico che ha istintivamente risposto con un applauso.
Un rapido cambio di scena e Aaron è tornato sul palco per presentare la canzone acustica di rito con lo sgabello che lo accompagna durante tutti i tour solisti. La fortuna ci ha regalato una performance di The Corner (The Illusion of Progress) da togliere il fiato, con la voce calda di Aaron che si sposava perfettamente alle corde della sua chitarra. Credo che nessuno abbia sentito la mancanza del coro gospel che accompagna il cantato nella versione in studio.
Il rientro della band al completo ha coinciso con l’esecuzione dell’ottima For You (Break the Cycle) che ha goduto di una prestazione vocale aggressiva e impetuosa, probabilmente dovuta all’assenza dello strumento tra le mani di Aaron, e di un comparto ritmico travolgente e interpretato in maniera esemplare. Proprio sulle pungenti note di For You il pubblico si è finalmente scatenato, mostrando alla band anche il lato più intransigente della loro fanbase italiana.
La chitarra è quindi tornata al suo posto tra le braccia di Aaron per scandire gli armonici dell’introduzione di Blow Away (14 Shades of Grey), una delle canzoni più emozionali della serata e vera particolarità del concerto, proposta per deliziare i fan più affezionati.
Dopo un piccolo accenno dell’assente Please (Chapter V) è stata la volta dell’immancabile Outside (Break the Cycle), il brano che forse più di tutti ha contribuito a decretare il successo planetario della band e che dopo tutti questi anni non smette ancora di stupire.
Spleen (Dysfunction) è stato con ogni probabilità uno dei brani più potenti e incisivi dell’intera serata, con la voce di Aaron ormai calda che rendeva le parti in growl ancora più violente. Cadenzata e brutale, è riuscita a tirare fuori dal pubblico tutte le energie rimaste, infiammando gli animi dei presenti senza possibilità di scampo.
Believe, primo singolo di The Illusion of Progress, è stato eseguito con tecnica ed espressività, ma senza quel guizzo in più che aveva caratterizzato numerosi altri pezzi nel corso della serata. Ha comunque riscosso l’approvazione del pubblico, che ha dimostrato di aver gradito anche l’ultima fatica in studio della band.
Pressure ha sostituito in fieri la King of All Excuses (Chapter V) che alcuni avevano avuto la fortuna di sentire durante il soundcheck del pomeriggio. Mi si conceda di dire che è stata una scelta azzardata, infatti per quanto Pressure sia estratta dal ben più famoso Break the Cycle credo che non riesca a trasmettere tutta la grinta che King of All Excuses sprigiona dal vivo.
E’ poi arrivato il turno dell’intramontabile It’s Been Awhile (Break the Cycle). Il pubblico la aspetta a ogni concerto, la chiede a gran voce e alla fine la ottiene sempre, Milano non poteva certo fare eccezione.
Mudshovel (Dysfunction), lo storico pezzo di chiusura della band, è stato eseguito a ritmo serrato e con grande efficacia. Gli Staind si sono scatenati per offrire un finale travolgente, dando il massimo sugli strumenti mentre Aaron teneva il palco con incredibile professionalità.
Intro (14 Shades of Grey) acustica e non amplificata è stato il suo regalo personale ai fans riuniti Lunedì sera all’Alcatraz di Milano. Una voce piena e senza esitazioni, un’interpretazione sentita e profondamente umana, Intro è sempre fonte di emozioni sincere soprattutto quando si ha la possibilità di apprezzarla da una prospettiva così intima.

E’ arrivato così – troppo in fretta! – il tempo dei saluti e dei ringraziamenti, a conclusione di un concerto che è stato senza dubbio una delle migliori esibizioni a cui abbia mai assistito. La band sembrava soddisfatta della risposta del pubblico italiano e sono convinta che i fans che li avevano aspettati per anni possano anch’essi dirsi appagati dallo show. E vissero tutti felici e contenti, in attesa di una nuova opportunità di vederli dal vivo nel nostro paese!

La nottata degli Staind non era però affatto conclusa. I ragazzi si sono infatti trattenuti all’esterno del locale per parecchio tempo dopo che la maggioranza delle persone erano già tornate alle macchine o in albergo e hanno firmato autografi, fatto fotografie e chiacchierato con un nutrito gruppo di fans che li aveva aspettati davanti all’uscita secondaria del locale.
Dopo i saluti con gli amici conosciuti in giornata o ritrovati dopo anni, io ho aspettato che la band uscisse dai camerini per ringraziarli tutti dello stupendo concerto, dare un ultimo abbraccio ad Aaron – ormai non posso più farne a meno – e assicurarmi che avessero capito quanto i fans italiani li apprezzino affinché tornino presto ha trovarci. Aaron ha promesso che non lascerà passare altri tre anni, ma sappiamo entrambi che non è lui a decidere. Avevo comunque bisogno di sentirmelo dire.

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Commento da tipico86 su 11 Agosto 2009 a 21:08
SERATA SPETTACOLARE....INDIMENTICABILE!!!
MILLA...MA SAI GIA' QUANDO E SE TORNERANNO?
Commento da Milla su 20 Giugno 2009 a 14:45
^^ grazie a tutti! Arrossisco...
Commento da Duff su 18 Giugno 2009 a 14:36
me l'ero persa
bellissima.. mi sembrava di rivivere quei 90 minuti come se fossi li
invece sono in ufficio (che triste :( )

uff..
Commento da Bellum su 18 Giugno 2009 a 11:45
Complimenti per l'ottima recensione, sembra scritta da un professionista.
Commento da Manuel Bizkit su 18 Giugno 2009 a 2:23
grandissima
Commento da Miky su 18 Giugno 2009 a 1:46
Non potevi fare di meglio sei un mito! Davvero! Prima o poi vengo a Padova a stringerti la mano! XD
Commento da Michael su 18 Giugno 2009 a 1:03
Mamma mia. Mi sono perso completamente nel racconto. Davvero un ottimo lavoro! E disamina del concerto direi eccellente e, nel caso leggessi il mio blog, vedrai che seppur più brevemente condivido i tuoi pensieri.
E sulla tua ultima frase, sto incrociando tutto il possibile.

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